LETTERA DEL PRESIDENTE
Autore: Presidente ASDEC
24/06/2026

Cari Soci, Amici e Sodali di ASDEC,
è con profondo entusiasmo che desidero condividere con voi i risultati dell’Assemblea dello scorso 23 aprile, un momento che ha segnato l’inizio di un nuovo, emozionante capitolo per la nostra Associazione.
ASDEC cresce e si rinnova, accogliendo una squadra di 14 membri che unisce l’esperienza dei consiglieri riconfermati — Malcovati, Biondi, Zanoletti, Villa, Mazzoni, Pozzo, Bernocchi, Soldati, Stoppani e Vassena — all’energia dei nuovi entrati: Ansaldi, Pasta, Riva e Vecchio. A tutti loro va il merito di aver messo a disposizione competenza e cuore.
Per guidare questa evoluzione, il Consiglio ha definito le cariche apicali:
Marco Biondi – Presidente e Tesoriere
Alberto Villa – Vicepresidente
Marco Bernocchi – Vicepresidente
Alessandro Mazzoni – Segretario Generale
Il coordinamento operativo sarà affidato al Comitato Esecutivo composto da Biondi, Villa, Mazzoni, Pozzo e Zanoletti, mentre è un privilegio attribuire a Fabio Malcovati, custode della nostra preziosa memoria storica, la nomina di Presidente Onorario.
Con grande piacere salutiamo e ringraziamo i nuovi iscritti ad ASDEC: Paolo Aicardi, Antonio Ansaldi, Luca Cazzaniga, Piero Gibbellini, Annita Lurani, Costantino Nitti, Guido Pasta, Duilio Reina, Gabriele Renner, Daniele Riva, Massimo Vecchio, Edoardo Veggetti.
Un particolare pensiero è rivolto ad Alessandra Morandini, che conclude la sua lunga e preziosa collaborazione. A Lei va il sincero ringraziamento di tutto il Consiglio e di tutti i Soci per i 28 anni di dedizione e passione che hanno contribuito a fare dell’ASDEC la splendida realtà di oggi.
Il nostro obiettivo per il futuro è chiaro: onorare questa eredità continuando a valorizzare la bellezza e la cultura della nautica d’epoca, con lo spirito di condivisione che da sempre ci contraddistingue.
Ho desiderato attendere prima di indirizzarvi la tradizionale lettera del “Presidente insediato”. Sentivo infatti la necessità di far sedimentare in me alcune riflessioni che andavo maturando dall’inizio di questo mandato, guidato da un principio cardine: ASDEC esiste da quasi cinquant’anni e ha segnato indelebilmente la storia della nautica. Per questo motivo, il nostro primo e imprescindibile dovere è lo studio e la comprensione profonda della nostra stessa storia, proseguendo nel solco tracciato dai nostri precedenti Presidenti, GianAlberto Zanoletti e Fabio Malcovati, e da tutti coloro che, animo et corpore, hanno contribuito alla crescita e la reputazione della nostra Associazione.
Ed è proprio sul concetto di autorevolezza che voglio soffermarmi. Credo fermamente che, appartenere ad ASDEC, significhi coltivare lo studio con passione, e porsi punti di riferimento culturali, ma sempre e, soprattutto, con innato garbo.
I progetti che ci attendono sono numerosi e complessi; per realizzarli avremo bisogno del supporto corale di tutti i soci, degli amici e, in primis, dei membri del Consiglio Direttivo. Abbiamo scelto di ampliare il numero dei consiglieri mossi proprio dal desiderio di una più ampia condivisione: vogliamo raccogliere ogni stimolo, motivazione e suggerimento affinché ASDEC custodisca e perpetui la sua storica autorevolezza.
Se dovessi tracciare una linea programmatica, un fil rouge per il nostro futuro, mi piacerebbe che la nostra Associazione continuasse a distinguersi per conoscenza, gentile eleganza, indipendenza e per una profonda nobiltà d’animo, volgendo lo sguardo con particolare attenzione al sociale. Questo è, d’altronde, il vero animus che ci hanno tramandato i soci fondatori.
A questo proposito, la memoria mi riporta a un celebre articolo di Yacht Digest del dicembre 1996, intitolato significativamente “Yacht Digest va cambiato”. Fu un momento di grande fermento intellettuale, che partiva proprio dall’analisi profonda del nome della testata.
Da un lato vi era lo “Yachting”, una parola che nell’immaginario collettivo rischiava di essere ridotta a sinonimo di sfarzo, o di mero diporto d’élite, ma che nella sua accezione più pura rappresenta la cultura dell’andar per mare, la sintesi perfetta tra l’ingegno umano, l’arte della navigazione e il rispetto per gli elementi. Dall’altro vi era il concetto di “Digest” – termine mutuato dal latino digesta (l’ordinata e sapiente raccolta di testi, la sintesi ragionata del sapere) – che indicava la volontà di compendiare e collezionare il meglio di questo mondo per offrirlo ai lettori.
Tuttavia, si avvertiva come quel binomio fosse ormai troppo stretto. Per liberare il campo da fraintendimenti, e abbracciare una visione ancora più alta, si propose allora di cambiare il nome della rivista in “Tradizione del Mare”. Si voleva evolvere la “raccolta dello yachting” in qualcosa di più profondo: sostituire un termine tecnico, e potenzialmente elitario, con un concetto universale, capace di rimettere al centro la storia, la memoria, la cultura e l’anima stessa delle imbarcazioni. Sappiamo poi come la storia editoriale abbia fatto il suo corso, ma quel dibattito conserva intatta la sua attualità: il compito di ASDEC è esattamente questo. Non celebriamo l’oggetto fine a sé stesso, ma raccogliamo e tramandiamo la storia attraverso le imbarcazioni. In una parola: facciamo cultura.
GianAlberto Zanoletti amava ripetere: “Salviamo le barche; e se questo sforzo riguardasse anche una sola barca per il bene di una sola persona, ne sarà valsa la pena”. Oggi sento la necessità di estendere e declinare questo principio in una nuova missione civica: salviamo le nuove generazioni. Troppi ragazzi, penalizzati da una proposta didattica talvolta modesta, e immersi in una realtà sociale complessa e priva di punti di riferimento, stanno smarrendo la propria identità e un sano senso culturale.
Se oggi chiediamo a un ragazzo se conosce il cantiere Baglietto, o una determinata classe velica, se sa distinguere un motore entrobordo da un fuoribordo, o persino se conosce Cristoforo Colombo, possiamo immaginare le risposte. Ma non dobbiamo arrenderci, poiché, uniti, possiamo farcela!
Oggi, riflettendo sul destino di ASDEC e ricollegandomi a quell’idea di ordinata e colta sintesi insita nel termine “Digest”, la mia mente corre a una corrente culturale straordinaria, nata in Inghilterra alla fine del XIX secolo come reazione nobile a tempi difficili, non diversi da quelli che stiamo vivendo, tra guerre e smarrimento delle radici. Mi riferisco al movimento Arts and Crafts (Arti e Mestieri) guidato da William Morris. Fu una risposta, colta e potente, agli effetti disumanizzanti della rivoluzione industriale, il cui scopo era riportare la bellezza nella vita quotidiana, elevando l’artigianato contro la standardizzazione e la produzione meccanica di massa.
I principi di quel movimento sono, a ben vedere, i medesimi che animano lo spirito della nostra Associazione:
La rivalutazione del lavoro manuale, finalizzata a restituire all’artigiano il controllo completo della propria opera, dall’ideazione alla realizzazione, elevando il mestiere alla dignità di “arte”.
Il rifiuto della produzione in serie, considerata come la causa della perdita di qualità e di progressiva omologazione dell’identità creativa.
L’ispirazione alla natura e la riscoperta dei modelli etici ed estetici delle antiche corporazioni, nelle quali la maestria era un valore tramandato con orgoglio
L’unità delle arti, intesa come superamento della distinzione tra “arti maggiori” e “arti applicate” (quali ebanisteria e restauro), nella convinzione che ogni manufatto debba coniugare bellezza e funzionalità
L’autenticità dei materiali, ovvero l’onestà strutturale dell’oggetto, che deve rendere evidente la natura della materia utilizzata e la tecnica di lavorazione impiegata
E proprio a testimonianza di come questa sensibilità sia viva e pronta a riemergere, desidero condividere con voi una nota profondamente positiva. Ieri mi trovavo presso i Cantieri Ernesto Riva ed ero in compagnia di una pianista statunitense di origini coreane, con un bellissimo nome italiano, Isabella. È una donna che vive di passioni pure e che desiderava accostarsi al mondo delle barche classiche. L’ho osservata mentre si avvicinava agli scafi: toccava il legno, lo accarezzava, lo viveva intimamente con la sensibilità tipica di chi respira la musica. A un certo punto, osservando alcune barche nuove ma costruite secondo i canoni classici, ci ha fatto notare, con straordinaria acutezza, l’armonia con cui alcune tonalità delle tappezzerie dialogavano e si accompagnavano con le sfumature e con l’anima del legno circostante.
Questo dettaglio, apparentemente piccolo, ci ha profondamente sorpresi e ci ha dimostrato, in modo tangibile, che la bellezza e l’armonia parlano un linguaggio universale. Senza dubbio si può – anzi, si deve – fare molto di più per le nostre generazioni future, offrendo loro gli strumenti per alimentare quelle sensibilità che la società odierna purtroppo opprime.
In questo scenario, ASDEC ha il dovere morale di istruire ed educare, anche e soprattutto attraverso il nostro agere quotidiano, che deve configurarsi come un esempio di distinzione e rettitudine.
Preferisco fermarmi qui, ad maiora, senza redigere un elenco sterile dei progetti in corso o delle iniziative future. L’autocelebrazione non favorisce un autentico percorso di crescita, né riflette i valori che ci contraddistinguono. Siamo altresì consapevoli degli ambiti nei quali dobbiamo migliorare, nella convinzione che l’evoluzione continua rappresenti la base di ogni progetto di successo.
Infine, sono convinto sia infinitamente più fecondo condividere con voi questa visione ideale e raccogliere le vostre opinioni.
ASDEC ha un senso profondo solo se si riconosce in un corpus unito, un gruppo folto e coeso pronto a condividere, con lo stesso slancio, i medesimi ideali.
Con profondo affetto, Milano, 28 Maggio 2026
Marco Biondi




